Reinventare il passato: il primitivismo di Klee al MUDEC

Published on Vulcano Statale

Come produrre qualcosa di profondamente diverso? Questa è la domanda eretica e spiazzante che tormentó a lungo Paul Klee. La risposta che si diede e che fondò il suo genio fu quella di retrocedere al passato piuttosto che avvicinarsi al proprio tempo. 

È cosí che nacque in lui l’interesse per la questione dell’origine dell’arte, aspetto che investì l’intera attività teorica e pratica dell’artista. Il desiderio di reinventare l’arte rimuovendo il condizionamento della storia dell’arte.

La mostra Paul Klee. Alle origini dell’arte che viene inaugurata oggi al MUDEC (e resterà aperta al pubblico fino al 3 marzo 2018) affronta proprio questo argomento intimo e strutturale di Klee: la sua attenzione per il fermento primitivista, in riferimento alle arti antiche occidentali e alla diffusione in Europa di arti extraeuropee.

Seguendo un filo conduttore tematico e non cronologico, il pubblico potrà infatti osservare la parabola che portò il pittore tedesco ad interpretare le suggestioni extraeuropee in maniera del tutto originale, spinto da un continuo senso di ibridazione fra i vari linguaggi dell’arte. Un percorso che contribuí, in primis, alla sua formazione artistica, ma poi anche al rinnovamento dell’intera storia dell’arte tedesca novecentesca. 

L’esibizione si sviluppa su cinque sale, strutturate per temi e curate da Michele Dantini e Raffaella Resch, che sono il culmine di un progetto di ricerca sulle fonti figurative di Klee. Partendo con la sezione Invenzioni (i primi anni di attività 1903-1906), dove sono esposti degli splendidi e assai meno noti lavori caricaturali, sperimentazione dell’artista sulla deformazione della realtà; si arriva alle famose opere astratte e policrome degli ultimi anni dove troviamo, ad esempio, il dipinto Angelo della morte, uno degli ultimi e ritenuto inconcluso. Nel mezzo si passa per il Klee cosmologico, figurativo e quello metafisico-filosofico, con estrema varietà di tecniche e stili pittorici affrontati. 

Ad affiancare le sue opere, circa un centinaio —molte delle quali inedite e provenienti da una stretta collaborazione con il Zentrum Paul Klee di Berna—, una serie di manufatti etnografici del MUDEC, volti a mostrare i rapporti nuovi e inattesi che questo pittore, fra i più amati e —allo stesso tempo— meno compresi, seppe intrecciare con la tradizione.

Il ritorno di Klee a Milano, reso possibile dal supporto del Comune di Milano e di 24 ORE Cultura, avviene solo dopo molti anni (l’ultima retrospettiva risale al 1986 a Palazzo Reale), nonostante il nostro Paese fosse quasi una patria adottiva per l’artista. Basti pensare che, come lasciò scritto nei suoi diari, fu proprio a Roma, nel 1901 dopo una visita ai mosaici paleocristiani, che scoprì ed iniziò ad interessarsi dell’arte primitiva. 

Una figura dell’artista come quella veicolata da lui, sempre intento a scavare in profondità per afferrare le radici del reale, ha molto dell’eretico, ma anche grande profondità di visione e penetrazione intuitiva. Primitiva per Paul Klee, dunque, non è l’arte antica, barbara o grezza, ma qualsiasi esperienza che permetta di distanziarsi dal quotidiano e di considerare le vicende umane da grande distanza. Riuscì, in definitiva, nel suo proposito di non lasciarsi influenzare dal passato proprio perché fu lui a reinventarlo.

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