Alessandro Preziosi, a teatro nei panni di Van Gogh

Published on Gilt Magazine

Alessandro Preziosi torna a Milano al Teatro Manzoni con uno spettacolo impegnativo e toccante sul pittore Vincent Van Gogh. Il testo, già vincitore del Premio Tondelli a Riccione Teatro 2005, è di  Stefano Massini e, sotto la regia di Alessandro Maggi, andrà in scena dal 15 novembre al 2 dicembre. Per l’occasione, Alessandro ha risposto alle domanda di Gilt, facendo luce sul difficile lavoro dietro a questo progetto.

Parliamo del suo ultimo spettacolo, “Vincent Van Gogh L’odore assordante del Bianco”. Come si è preparato per interpretare il tormentato artista, oltretutto negli ultimi e più duri anni della sua vita? 

Sicuramente la documentazione migliore sono state le lettere che Vincent scriveva al fratello Theo, quasi 300, molte delle quali non ottennero nemmeno risposta. Devo dire la verità, non mi sono concentrato molto sull’aspetto pittorico, quello è arrivato subito dopo, il primo impatto che ho avuto invece è stato proprio nella conoscenza reale di chi fosse Van Gogh senza filtri. E quale mezzo migliore delle lettere scritte di suo pugno? È stato uno studio più sull’uomo che sull’artista, considerando ovviamente poi che tutto quello che noi vediamo “inchiodato sulla tela” – come diceva Theo – nacque proprio dalla natura dell’uomo. C’è quindi da chiedersi piuttosto come mai da una mente così contorta, schizofrenica ed allucinata sia nata invece una pittura così secca.

In questi ultimi tempi i confini dell’arte pittorica si stanno espandendo sempre più: uscita dai musei entra in televisione, al cinema ed ora anche a teatro. Numerosissimi sono i recenti film e spettacoli incentrati sulla vita o le opere di famosi pittori. Come si spiega questa tendenza? 

È fisiologico. Io credo che l’arte sia sempre uscita fuori dai musei, forse in Italia questo è accaduto meno. Prendiamo Van Gogh: su di lui sono stati fatti molti film, per esempio quello di Robert Altman (Vincent & Theondr.), e innumerevoli documentari come Loving Vincent. Quindi non mi sembra ci sia un particolare eccezionalità in questo periodo, sicuramente però si tratta di una scelta funzionale a comprendere meglio l’arte. C’è un percorso che va in direzione di una sua maggiore accessibilità e comprensione.

E in questo che ruolo gioca il teatro?

Il fatto che l’arte si “inteatri” – e quindi diventi doppiamente arte – per raccontare la storia di un artista sembra un fatto scontato, ed invece non lo è per nulla. È molto complesso perché significa trasportare l’arte all’ennesima potenza, rischiando quasi di renderla eccessiva. In ogni caso, credo che il ruolo di questo spettacolo, così come degli altri che sono stati fatti in passato sui grandi pittori, sia molto importante perché comunque permetterà di capire meglio un quadro di Van Gogh quando ce lo si ritroverà davanti. O per lo meno, speriamo!

Il titolo è molto evocativo…il bianco è un colore che fa paura: per un pittore è sinonimo di una tela vuota, per uno scrittore della famosa pagina bianca. Per un attore invece cos’è il bianco?

Gustosa questa domanda! Mi verrebbe da rispondere che la pagina bianca per un attore sia il non sapere, il non avere nulla da dire. Allo stesso tempo però reputo questa paura, questo stato di pericolo sulla scena, un momento di grande teatro. L’attore è una razza molto strana, credo che una soluzione per sconfiggere la paura del bianco la trovi sempre.

Come è stato lavorare con Alessandro Maggi?

Abbiamo un rapporto di grandissima stima e fiducia. Da lui ho imparato che realmente un grande artista non vive più per se stesso ma per far vivere le cose. Lo ritengo un vero e proprio fratello è questo è il massimo che potevo chiedere da un rapporto di lavoro iniziato già con il Don Giovanni. Costruire questo progetto insieme è stato emotivamente esaltante perché quando è arrivato il momento di dar voce a Van Gogh ho trovato davanti un pilastro, aveva le idee molto chiare.

Lei ha una formazione accademica ai Filodrammatici di Milano, ma poi la sua carriera si è sempre destreggiata tra la televisione, il cinema ed il teatro. Quale di questi mezzi predilige e in quale tipo di recitazione si trova più a suo agio? 

Nel fare le interviste! (ride ndr.) In realtà io non conosco l’agio, mi esalta di più la difficoltà. Ed onestamente la difficoltà la trovo soprattutto nella preparazione di uno spettacolo e nell’esecuzione di alcune recitazioni cinematografiche. Diciamo che recitare di fronte alla macchina da presa rimane ancora un viaggio tutto da scoprire, anche il teatro resta una scoperta ma sulla quale ho battuto più a lungo la testa.

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